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sabato 21 gennaio 2012

"Indignati: in 'marcia' da Roma a Napoli su una sedia a rotelle Roma" 20 gen. (Adnkronos)


Indignati: in 'marcia' da Roma a Napoli su una sedia a rotelle
Roma, 20 gen. (Adnkronos)


Si chiama Francesco, ha 33 anni, e' diplomato Ragioniere programmatore ma e' senza lavoro. Domani o sabato partira' da Roma per raggiungere Napoli con gli ''Indignati'' che ieri hanno lasciato Piazza san Giovanni e si sono momentaneamente stabiliti nell'ex manicomio provinciale di Santa Maria della Pieta' a Roma. Lui ha pero' una 'particolarita'' e' su una sedia a rotelle. Fa parte della Commissione Persone Speciali degli Indignati della Capitale nata con lo scopo di ''contribuire alla creazione di una società che sappia modellarsi rispetto alle reali esigenze umane, che sappia facilitare la libera espressione di chiunque, che promuova l' integrazione, ma soprattutto l'inclusione delle risorse in primo luogo umane, attraverso la relazione interpersonale e la diffusione di idee. Ed e' deciso: partira' alla volta di Napoli per portare la sua esperienza e rivendicare i diritti delle persone con 'discapacita'. ''Per i disabili - spiega Francesco all'Adnkronos - c'e' tanto da rivendicare, dal lavoro alla mobilita', dalla vita sociale al tempo libero al diritto all'autonomia, passando per l'istruzione. In Italia non va niente. Le leggi ci sono, e sono anche all'avanguardia ma e' difficile che vengano rispettate. Come si dice? ‘'Fatta la legge trovato l'inganno''.
Mentre Francesco, che si e' unito agli Indignati nell'?accampata' a Caracalla spiega le sue ragioni, nel padiglione dell'ex Lavanderia il gruppo che si e' trasferito da piazza San Giovanni e' in assemblea per decidere se partire domani o sabato e quale sara' il percorso. Dentro l'ex lavanderia una cinquantina di persone, di diverse nazionalita': francesci, norvegesi, algerini, olandesi, una ragazza australiana e, ovviamente, italiani.
Gli 'indignati' non si distinguono per il colore della pelle e neanche per la loro appartenenza sociale, religiosa o tantomeno anagrafica: sono giovani ma anche anziani, disoccupati, hippy, operai, impiegati e artisti, accomunati dal desiderio di mostrare tutta la loro indignazione contro le inefficienze del sistema capitalistico e finanziario. Non sono dotati di un leader, le decisione vengono prese da una sorta di ''assemblea comune'', e le loro decisioni le comunicano attraverso i social network, come Facebook e Twitter.''Fino ad ora – spiega quindi Daniele, uno degli Indignati romani che fa parte del gruppo di 'Marciatori' Nizza-Atene e della Commissione Comunicazione e che all'interno dell'assemblea assolve anche funzioni di traduttore - abbiamo fatto tappe da 22 a 28 chilometri al giorno ma vorremo abbassare la media e fare piu' tappe con soste di almeno due giorni nelle citta' per sensibilizzare e coinvolgere dal 'basso' la popolazione''. ''Dovremmo partire domani o, al piu' tardi sabato e la prima tappa sara' ai Castelli, poi - aggiunge - decidendo la sosta di volta in volta arriveremo fino a Napoli''. Non ci sono date prestabilite, ''arriveremo!'', l'unica data certa e' il 15 aprile quando arriveranno ad Atene.
C'e' chi dice che Francesco e' l'unico disabile ad aver deciso di partecipare alla 'Marcia' e chi dice, invece, che in altre realta', come in Spagna sono diversi i disabili che partecipano>.
Lui si schermisce: ''non mi interessa, non marcio per quello ma per rivendicare i diritti delle persone con disabilita'. E' un'esperienza''. Non si pone nemmeno obiettivi ambiziosi: ''Ad Atene? Non so se ci arrivero'. Intanto arrivo a Napoli poi si vedra'''.
Francesco non sara' accompagnato da messun membro della sua famiglia, che comunque non ostacola e anzi sostiene la sua decisione, ne' da un amico speciale', e' il gruppo che in caso di necessita' gli dara' una mano.
''La marcia e le 'accampate' - conclude Daniele - sono un mezzo per diffondere un messaggio, per risvegliare le coscienze e rianimare la partecipazione''. Diritti, uguaglianza, ricchezza condivisa e, soprattutto, partecipazione. Ridurre il potere delle banche e delle multinazionali. Fermare gli speculatori. Insomma, un diverso modo di vivere e di rapportarsi agli altri.



mercoledì 23 novembre 2011

Flashmob degli Indignati di Roma per esprimere solidarietà alla popolazione del Cairo





Oggi, mercoledì 23 novembre, alcuni partecipanti del Movimento Indignati di Roma, da circa una settimana accampati alle terme di Caracalla, hanno organizzato un flashmob davanti l'ambasciata egiziana per manifestare la solidarietà ai fratelli e alle sorelle del Cairo. La manifestazione, partita ancora una volta da Piazza Tahrir il 20 novembre, è stata brutalmente e nuovamente repressa nel sangue e nella violenza dalla polizia. Fino ad ora si registrano quattro morti e molti feriti, soprattutto a causa dei lacrimogeni e dei proiettili di gomma utilizzati contro i manifestanti. Gli indignati romani si uniscono al grido di libertà e giustizia del popolo egiziano, a cui attraverso l'atto simbolico di oggi, lanciano la propria solidarietà e vicinanza.
Davanti l'ambasciata egiziana, a Villa Ada, dopo aver trascinato e gettato un “cadavere” su sacchi della spazzatura, gli indignati si sono buttati a terra, morenti, al grido Freedom. Il flashmob ha voluto rifarsi ad un video, agghiacciante ma tristemente reale, trasmesso da alcune emittenti web, che riprendeva un cadavere di un uomo trascinato da un poliziotto e gettato tra cumuli di immondizia, per strada. Con questo atto simbolico gli indignati denunciano il massacro ad opera delle forze dell'ordine egiziane, quale crimine contro l'umanità, esprimendo l'indignazione verso una violenza inaccettabile, che sta dilagando in Egitto e nel mondo.
Gli indignati romani - che da oltre sei mesi lavorano attivamente sul tema della nonviolenza, dei beni comuni, della necessità di riappropriarsi di uno spazio reale di confronto tra i cittadini - con il flashmob di oggi esprimono anche il sostegno e la vicinanza ad altre piazze del mondo dove, da settimane, si stanno organizzando presidi e proteste contro questo sistema economico, politico e sociale, non più rappresentativo di una giustizia e di un'equità propri di una civiltà davvero democratica ed evoluta. Il movimento degli indignati, nonostante si organizzi localmente attraverso assemblee cittadine, si riconosce in una sensibilità globale, che si sta esprimendo con sempre maggiore forza e partecipazione, in moltissime piazze del mondo.
A Roma, e in altre piazze indignate d'Italia, rimane salda la volontà di continuare a lanciare segnali forti, ma sempre pacifici, contro la brutalità della violenza, davanti alla quale non è più possibile rimanere indifferenti.



Per ulteriori informazioni consultare il sito del movimento:
www.indignati.cc
http://italianrevolution-roma.blogspot.com/
accampataroma.altervista.com







Movimento Indignati Roma – Terme di Caracalla
























lunedì 6 giugno 2011

Articolo21: Italian revolution, ecco gli "indignati" italiani

No alla violenza, no ai partiti, l'essere umano al centro e mai più “vivere per lavorare”: queste le parole chiave degli Indignati italiani, il movimento che sulla scia degli “indignados” spagnoli vuole contestare lo status quo della democrazia in Europa. Il movimento è anche noto con il nome “Italian Revolution – Democrazia reale ora -” : in tutto il paese stanno sorgendo diversi gruppi locali collegati alla protesta e da circa 10 giorni è approdata anche a Roma, segnalandosi per una mobilitazione di tre giorni conclusa domenica 5 giugno. Nel gruppo nazionale di Facebook, gli iscritti sono poco più di 25.000, mentre quello romano ne conta quasi 2.000, numeri in costante crescita, seppur leggermente a rilento e non nelle dimensioni dell'ondata spagnola. Ma chi sono questi indignati?

Semplici cittadini, dai venti ai cinquant'anni, che si stanno unendo al recente respiro di democrazia europea sospinto dalle primavere arabe (curioso il fatto che, a 10 anni dall'undici settembre, siano gli arabi ad esportare la democrazia in occidente). Le modalità della protesta? Gli Indignati ogni dì indicono assemblee alle 19:00 a San Giovanni, proprio al di sotto della statua di San Francesco. Qui i ragazzi discutono in un incontro generale i punti all'ordine del giorno; ogni proposta viene prodotta dai singoli all'interno di commissioni tematiche, e viene poi portata all'attenzione dell'assemblea. Diventa fondamentale quindi il consenso della piazza attorno alle mozioni, visto che di leader non ce ne sono (e non ne vogliono) e l'ormai consolidata forma della semplice “maggioranza più uno” non viene più considerata valida.

Ad oggi, gli indignati romani hanno convogliato in piazza più di 500 cittadini, mantenendo un presidio giornaliero con non meno di 50 persone, discutendo e confrontandosi con laboratori tematici di approfondimento su temi specifici, quali l'istruzione, l'acqua pubblica e il nucleare, con tanto di apposite urne predisposte ad accogliere le proposte dei cittadini rispetto alle questioni particolari

Ma in cosa consiste questo esercizio di democrazia reale? Il punto di riferimento rimane l'Europa ed il Mediterraneo (la Spagna indignata e la Grecia delle Poleis), ma col passare del tempo si stanno definendo sempre più concretamente le specificità della piazza italiana. Le richieste fatte e le proposte lanciate sotto la statua di San Francesco sono sulla linea di quanto visto a Puerta del Sol a Madrid nell'ultimo mese: lavoro, sanità, casa, istruzione, cultura e futuro. Bersagli dell'indignazione sono invece i banchieri, la dilagante disoccupazione giovanile, l'inefficienza delle forze politiche e di un sistema elettorale che mina alla determinazione della volontà dell'elettore. Apolitici? Assolutamente no, semplicemente non hanno colori, bandiere o simboli di partiti politici. Il fulcro del movimento è la partecipazione: senza di essa, non si possono porre proposte all'attenzione dell'assemblea, non solo per un mero fatto organizzativo, ma proprio per riacquistare la presenza del cittadino negli spazi primordiali della democrazia. 
Ora al movimento non rimane che una sfida: coinvolgere il maggior numero di cittadini possibile come succede in tutta Europa. Gli strumenti? La visibilità e la comunicazione nei quartieri, nelle strade e nelle piazze nonché la creazione di nuove forme d'agire democratico, forme che devono rinnovare la “partecipazione dal basso” ed unire un popolo intero. La sfida è stata lanciata, Roma e gli italiani la raccoglieranno?


martedì 31 maggio 2011

MainFatti: Giovani: in 7mln a casa dei genitori e l'Italian Revolution non parte

Ci sono "los indignados" ed ora "les indignes" ma "gli indignati" in piazza no. E quelle generazioni che secondo CGIL "nate fra il 1974 e il 1994 hanno assorbito per intero il costo della crisi economica" rimangono "unite nell'apatia" come scrive The Econimist.


I dati che ha diffuso la CGIL sullo "stato dell'arte" (o meglio sullo "stato delle cose" o meglio ancora delle "case") della situazione giovanile in Italia è sconcertante. Nessuno per questi dati naturalmente si straccia le vesti (anche perché firmate) e talmente ci si è fatto il callo che poco importa se "oltre sette milioni di giovani, quelli compresi tra i 18 e i 34 anni, vive ancora in casa dei genitori". Il paradosso è che questa situazione sia considerata quasi "normale" e "fatale" sia per i "padri" che per i "figli" dato il silenzio pesante che si respira nel Paese. E mentre in Spagna gli "indignados" sono disposti a farsi manganellare dalla polizia pur di manifestare il dissenso generazionale e solamente ieri a Parigi, in piazza della Bastiglia, "les indignes" hanno incominciato a manifestare, l'"italianrevolution" (questo è l'hashtag, ovvero la "parola chiave col cancelletto" su Twitter) stenta non solo a decollare ma anche a nascere. E' vero che una minoranza ci prova sempre, ma il solito irriducibile "motorino d'avviamento" alimentato dai coraggiosi ed inossidabili elementi, ha un'energia troppo debole per accendere il motore della rivolta nonviolenta "alla spagnola". La CGIL snocciola dati e disegna il futuro prossimo dei "giovani" italiani cioè: "Nuclei fatti in parte di pensionati ma soprattutto di precari che li inserisce in una sorta di 'cuscinetto sociale' che rimane al di sotto della media dei redditi dei cittadini italiani e al di sopra della soglia di povertà". Laura Mariani responsabile delle Politiche abitative per CGIL osserva: "E' una sorta di primato negativo per il nostro paese: siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto della recessione e continua a farlo. Statisticamente le generazioni nate fra il 1974 e il 1994 hanno assorbito per intero il costo della crisi economica". E questa generazione si dovrebbe quantomeno "innervosire" secondo le regole della sociologia, soprattutto per la disoccupazione che è a quei livelli che inducono alla "tensione sociale". Ma allora perché nelle piazze europee ci sono gli "los indignados" e "les indignes" e non "gli indignati"? E' l'Economist a spiegarlo, in un articolo online che descrive un'"Italia che dorme", "unita nell'apatia" (Italy slumbers. United in apathy. Why young Italians stay at home http://is.gd/lW4E4w). Nell'articolo si parte dall'esempio di Twitter che cinguetta di hashtag come "spanishrevolution" che corrisponde ad una rivoluzione, mentre l'"italianrevolution" era sostanzialmente una mera "incitazione", da parte degli spagnoli residenti in Italia (e pochi altri, quel famoso "motorino d'avviamento") al "contagio" della rivolta nonviolenta. E la manifestazione "chiamata" per il 21 maggio a Roma, Milano e altre città, come "italianrevolution" su Twitter, spiega l'Economist, è stata accolta da pochi e, soprattutto, dai soliti giovani spagnoli residenti in Italia. The Economist tenta di spiegare l'entusiasmo dei giovani indignados rispetto al "torpore" dei giovani italiani, per il fatto che i primi sono "arrabbiati" per essere passati da un'economia di "prolungato boom" ad un crollo repentino, mentre gli italiani sono "semplicemente storditi" da un decennio di crescita trascurabile. Ma poi The Economist dopo un articolo dai toni abbastanza "gentili" nei confronti dei giovani italiani, cala la ghigliottina: "Un recente sondaggio ha rilevato che il lavoro più ambito dagli italiani tra i 26 e i 50 anni è il 'posto pubblico'. A quanto pare in Italia la rivoluzione può attendere". Insommma, per usare un'immagine cara alla generazione che ancora, obtorto collo (ma forse anche no), sta a casa dei "suoi", i giovani italiani non hanno più quell'"occhio della tigre" che ci rendeva famosi nel mondo. Non a caso nel film Rocky III lo "stallone italiano" Rocky Balboa veniva incitato da Apollo Creed con queste commoventi parole: "Anch'io ero come loro, quando sono entrato qui. Li vedi quegli sguardi, Rocky? Tu devi tornare ad avere quello sguardo. Gli occhi della tigre, amico. Gli occhi della tigre". Ma l'eco di Gianni Morandi suona inquietante dalle TV accese dalle mamme: "Dai che ce la fai!".

Zara Marini Silvi


UnoNotizie: INDIGNATI, DOPO LA SPAGNA ANCHE IN ITALIA / Roma, il vento dell'indignazione e della democrazia soffia anche in Italia


E i romani si organizzano in piazza San Giovanni



INDIGNATI, DOPO LA SPAGNA ANCHE IN ITALIA.l Roma, il vento dell'indignazione e della democrazia soffia anche in Italia. Ultime notizie Roma - Domenica 29 maggio in Piazza San Giovanni oltre 400 persone, tra giovani, studenti, precari e meno giovani, hanno dato vita ad un'assemblea pubblica per parlare di democrazia reale e partecipazione. La protesta degli indignati, nata in Spagna ed ora diffusa in molti paesi d'Europa, ha preso piede anche in Italia. Roma, Bologna, Firenze, Pisa, Catanzaro, Palermo e altre città d'Italia si stanno organizzando.


Democrazia Reale Ora, lo slogan sotto cui tutti questi gruppisi riconoscono, nasce sulla scia dell'esperienza spagnola, con la quale condividono la modalità di partecipazione: assenza di bandiere, rifiuto della violenza, decisioni prese sulla base del voto di piazza. Banditi inoltre la violenza e l'uso di alcol e droga. 


Democrazia Reale Ora si propone di dar vita ad un ampio movimento che possa veicolare proposte concrete ed inerenti la specifica situazione italiana, nate dall'organizzazione e dalla partecipazione della gente comune. Proposte volte al cambiamento di questo sistema sociale, politico ed economico disumanizzante, non democratico e violento.


L'organizzazione di Democrazia reale oraè assolutamente assembleare e democratica, tutte le proposte vengono sottoposte alla piazza e votate, chiunque ha diritto di prendere parola. 


L'assemblea tenutasi nel pomeriggio di domenica, ha rappresentato il primo passo verso la costruzione di un'assemblea permanente, che divisa in gruppi di lavoro e commissioni, lavorerà su proposte concrete.


Parole d'ordine: confronto, partecipazione, lucidità e non violenza. 


La proposta di costruire commissioni volte ad approfondire tematiche importanti e delicate, come il precariato, il diritto alla casa, la mancanza di una reale rappresentanza politica e di una vera democrazia partecipata, è stata subito accolta, tanto che già da ieri alcune commissioni hanno cominciato a lavorare. 




Gli indignati si danno appuntamento ogni giorno alle ore 19.00 a Piazza San Giovanninello spazio adiacente la statua di San Francesco. Sempre nella stessa piazza è in programma una tre giorni di mobilitazione, assemblee, studio e approfondimento, i giorni 3, 4 e 5 giugno dalle ore 17.00.


Aggiornamenti e notizie sul blog ufficiale del gruppo romano di Democrazia Reale Roma:


http://italianrevolution-roma.blogspot.com/



MicroMega: Democrazia reale, ora! Gli “indignati” arrivano a Roma

Sull’esempio dei loro fratelli maggiori di Madrid e Barcellona, contrastano le politiche di austerità indotte dalla crisi e reclamano un futuro. Diffidenti nei confronti dei partiti, sono affamati di politica. E provano a reinventare la democrazia.


di Marco Zerbino



«Senza casa, senza lavoro, senza paura». Una piccola scritta rossa su un grande striscione bianco, poco sotto il più gettonato «democrazia reale ora!», cattura la mia attenzione. È una progressione decisamente eloquente, non c’è che dire, quella che i nostrani «indignati», riunitisi a Piazza San Giovanni in Laterano sull’esempio dei loro fratelli maggiori spagnoli, hanno utilizzato a mo’ di autorappresentazione. Chi ha visto peggiorare la propria situazione socio-economica e ha dovuto rimettere in discussione le proprie aspettative occupazionali in maniera repentina nel giro di due o tre anni, comincia a pensare di non avere veramente più nulla da perdere: questo, mi viene da pensare, è il significato di quei tre «senza» in successione. Un paio di decenni di politiche economiche neoliberiste, poi lo scoppio della crisi finanziaria con annesso travaso di risorse dalle tasche delle famiglie a quelle dei grandi istituti bancari, un conseguente impegno dei governi di ogni colore a fare cassa tagliando la spesa pubblica ed ecco trasformati i figli del ceto medio, talvolta ultrascolarizzati e plurilaureati, in disoccupati cronici, senza casa, senza lavoro, ma anche, sempre più, senza paura. Soprattutto, ed è l’impressione che mi rimane dopo aver girato un po’ per la piazza e aver ascoltato alcuni degli interventi che si susseguono al microfono, sempre più consapevoli della dimensione collettiva dei loro problemi. Non è un caso se, sulla via del ritorno, mi tornano in mente con insistenza le parole del don Milani di Lettera a una professoressa: «ho scoperto che il mio problema è anche il tuo. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica».



Già, la politica. A piazza San Giovanni, sotto la statua di San Francesco d’Assisi, i protagonisti di quella che aspira a diventare la «Italian Revolution» ci tengono a specificare di essere «democratici, nonviolenti e apartitici» ma di certo non apolitici. Fare politica qui vuol dire innanzitutto riprendersi il proprio futuro, partecipare, opporsi in maniera frontale alla separatezza istituzionale che affligge una classe dirigente sempre più autoreferenziale, sempre più lontana dai bisogni concreti delle persone: reddito, casa, lavoro, sanità, trasporti, istruzione, cultura. È questo clima di rifiuto della delega, molto probabilmente, che spiega l’insistenza sul tema della democrazia reale, contrapposta alla finta democrazia del sistema bipolare in cui schieramenti e partiti in apparente contrapposizione tra loro sono chiamati alternativamente a mettere in pratica ricette politiche molto simili. Vale per l’Italia, e vale anche per la Spagna. E i ragazzi spagnoli di Puerta del Sol, di Plaça de Catalunya e di altre quaranta fra città e piccoli centri della penisola iberica, questo aspetto sembrano averlo molto chiaro, tanto da aver inserito fra le loro rivendicazioni anche la richiesta di un sistema elettorale proporzionale «che non discrimini nessun partito politico né volontà popolare». Non che qui i partiti politici siano amati, tutt’altro. Eppure è forte la consapevolezza del legame che tiene unito il sistema bipolare al carattere monocorde delle politiche economiche messe a punto a Bruxelles, a Washington, o nei lussuosi uffici di qualche agenzia di rating.



«L’idea di “fare come in Spagna” è nata su sollecitazione di un gruppo di ragazzi spagnoli residenti a Roma che hanno organizzato, qualche giorno fa, un sit-in di solidarietà con le manifestazioni in corso nella penisola iberica», mi spiega Chiara. «A quell’incontro c’era anche qualche italiano, alcuni venivano da precedenti esperienze politiche, altri no, ma quello che è più importante è che siamo stati conquistati subito dall’idea di un movimento che proponesse una vera e propria “rivoluzione etica”, un nuovo modo di intendere la società, la politica e l’economia con al centro l’essere umano e non il profitto». Quando osservo che liberare l’economia dal profitto è un obiettivo politico quanto mai ambizioso e decisamente «sistemico», Dario interviene prontamente nella discussione per specificare che «noi non siamo contro il capitalismo e contro il mercato; solo vorremmo un’economia più giusta, un capitalismo meno selvaggio e più rispettoso della vita delle persone, qualcosa che è ancora tutta da inventare e da costruire». «Le categorie di destra e sinistra», prosegue Chiara sulla stessa lunghezza d’onda «sono legate al passato, e non crediamo che servano molto a spiegare quello che sta succedendo e ad individuare le risposte da dare. A Puerta del Sol, a Madrid, in piazza c’erano sia ragazzi di destra che di sinistra, e questo non ha impedito comunque di elaborare insieme una piattaforma rivendicativa».



Sarà, ma a scorrere rapidamente il manifesto degli indignados spagnoli, salta agli occhi una tale caratterizzazione politica in senso antiliberista che sembra difficile pensare a un endorsement da parte di un giovane fan di Rajoy: vada per l’eliminazione degli sprechi della classe politica, che è il classico tema che (a parole) mette d’accordo tutti, ma quando si arriva ai temi economici e sociali, ci si imbatte in proposte che vanno dalla riduzione della giornata lavorativa per combattere la disoccupazione (qualcuno si ricorda ancora delle 35 ore di bertinottiana memoria?) all’aumento delle tasse per i più ricchi, all’esproprio delle case costruite e rimaste invendute per farne alloggi popolari, all’introduzione della patrimoniale, o ancora all’aumento delle risorse destinate a scuola, sanità e trasporti, per concludere con un programma di assunzioni nel settore pubblico e con la nazionalizzazione delle banche in difficoltà per farne delle «banche pubbliche sotto controllo sociale». Insomma, roba da far impallidire Hugo Chavez…



Luca, che interviene al microfono, nella vita fa il muratore, ha lavorato anche nel cantiere della metro C dove recentemente è morto un operaio, e prova a fare esattamente questo tipo di riflessione. «La separatezza di questa classe politica vergognosa è direttamente collegata alle morti sul lavoro, alla disoccupazione e al non riuscire ad arrivare alla fine del mese». A un certo punto gli scappa anche detto che è iscritto al sindacato e che milita in un partito politico, e lì la reazione dell’uditorio non si fa attendere. «Ciascuno di noi ha le sue idee politiche, e magari in passato ha votato questo o quel partito», sostiene Bea, che è spagnola ed è qui in Erasmus «ma riteniamo che quello che stiamo facendo qui sia qualcosa che vada oltre, qualcosa che ha a che fare con la nostra dignità e i nostri diritti di esseri umani e di cittadini, di persone, per cui preferiamo cercare la massima trasversalità e lasciare in secondo piano le contrapposizioni politiche». Mario, anche lui spagnolo, la pensa in maniera simile: «in Spagna il movimento è riuscito ad estendersi così tanto anche alla gente “normale”, anche agli anziani, alle madri di famiglia, proprio perché ha scelto di non far leva sulle divisioni partitiche, ma sull’idea di un’unità di popolo, un polo indignato, che veramente non ne può più». È lo stesso concetto che viene ribadito, oltre che in molti interventi, anche nel volantino che viene distribuito in piazza: «A lungo si è discusso sul nome di questa realtà. Italian Revolution? Democrazia Reale Ora? Indignati? Poi ci siamo resi conto che noi non abbiamo un nome, o meglio, che il nome è indifferente. Se volete chiamarci, chiamateci gente, cittadini, persone, o esseri umani stanchi, indignati e che esigono un cambiamento. È un rivoluzione Etica quella che serve, è democrazia reale ora quella che dovremo pretendere».



Ma come funziona, in concreto, la democrazia reale? «In alcune città spagnole», mi dice Chiara «si sta cominciando a fare sul serio: si è scelto di decentrare, di abbandonare le piazze centrali e di tentare di mettere in piedi esperimenti di democrazia diretta nei vari quartieri, andando prima a sensibilizzare gli abitanti, facendo dei volantinaggi e discutendo con loro». Nella piazza romana, al momento, i metodi di discussione e di decisione, mutuati in parte da quelli utilizzati dai ragazzi di Madrid, sono ancora in fase di definizione. Molti sono già consapevoli del sistema gestuale utilizzato in Spagna durante le assemblee. Far vibrare in alto le mani, a braccia tese, equivale ad un gesto di approvazione, ad un applauso o, in caso di votazione, ad un voto favorevole. Incrociare gli avambracci all’altezza del volto significa invece segnalare un dissenso. Quando poi qualcuno, parlando, si dilunga o si ripete, la cosa gli viene gentilmente segnalata ruotando le braccia di fronte al petto, con un gesto che sembra dire: «riavvolgere il nastro». Certo è che si preferisce il metodo del consenso rispetto a quello della votazione a maggioranza. Alla fine dell’assemblea, viene anche votata una divisione in commissioni e gruppi di lavoro, per affrontare tematiche specifiche in vista dell’elaborazione di un manifesto. C’è molta insistenza sul fatto che questo deve essere il frutto di un lavoro collettivo. Per il momento, in un grande bussolotto vengono raccolti i pensieri e i suggerimenti di tutti coloro che vogliono contribuire con un «pizzino». Le decisioni verranno poi riportate all’assemblea, che è sovrana e che ha l’ultima parola su tutte le questioni.



Ma in Spagna, con il tentato sgombero di Plaça Catalunya a Barcellona, si è già cominciato a vedere anche un altro aspetto con cui gli «indignati», prima o poi, potrebbero essere costretti a fare i conti, vale a dire quello della repressione. Sulla caratterizzazione pacifica e nonviolenta del movimento l’accordo è totale, tanto che, per organizzare l’incontro, è stata chiesta una regolare autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico, e tanto che, quando qualcuno utilizza il termine «occupazione», riferendosi ad una possibile permanenza ad oltranza in piazza nei prossimi giorni, c’è chi lo contesta. Per il momento, si decide di replicare l’appuntamento senza dar vita ad un presidio permanente. Quando poi si stabilisse di seguire l’esempio degli spagnoli fino in fondo, l’idea è quella di andare avanti con determinazione, ma senza cercare uno scontro fine a sé stesso. A Barcellona, del resto, si sono viste scene da anni Sessanta, con i manifestanti che offrivano fiori ai poliziotti in tenuta antisommossa. Rivoluzionari sì, e «senza paura». Ma pur sempre gentili.